La PAS non è una Patologia

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“Il Tribunale di Milano, sezione Civile, in data 13 ottobre 2014 emette un provvedimento con il quale ha rigettato la richiesta di ammissione di mezzi istruttori in relazione all’accertamento della c.d. Sindrome di Alienazione Genitoriale (d’ora in avanti sarà usato l’acronimo PAS) ritenendola priva di fondamento sul piano scientifico. Il Tribunale citando la sentenza della Cassazione civile, sezione prima, 7041/13, ribadisce che dallo sfoglio della letteratura scientifica di settore non esisterebbe traccia di tale “patologia”. Di conseguenza, il comportamento del genitore che sia “alienante” può, eventualmente, rilevare sotto altri e diversi profili ma non come “patologia” del minore, non comprendendosi peraltro perché, se “litigano” i genitori, gli accertamenti diagnostici debbano essere condotti su chi il conflitto lo subisce e non su chi lo crea.” Matteo Santini – 26/11/2014 – Il Sole 24 ore.

Esaminiamo un frammento alla volta: cos’è una sindrome? L’enciclopedia Treccani la definisce così:

s. f. [dal greco συνδρομή «concorso, affluenza», comp. di σύν «con, insieme» e tema di δρόμος «corsa» ]. – 1. Nel linguaggio medico, termine che, di per se stesso, ossia senza ulteriori specificazioni, indica un complesso più o meno caratteristico di sintomi, senza però un preciso riferimento alle sue cause e al meccanismo di comparsa, e che può quindi essere espressione di una determinata malattia o di malattie di natura completamente diversa; è per lo più seguito da opportune specificazioni che orientano sulla sede, natura, sul carattere o sulla causa dei disturbi.”

Possiamo perciò dedurre che, qualora non esista una condivisione da parte della comunità scientifica sui sintomi che caratterizzano una sindrome, non possiamo definirla tale.

Per correttezza, riteniamo opportuno descrivere le diverse posizioni attuali rispetto a questo controverso tema: il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) non riconosce la PAS come sindrome, né come malattia: nella più recente edizione del Manuale, la quinta, la PAS non è menzionata.

Neppure nell’ICD dell’OMS se ne fa menzione, ovvero in nessuna delle due principali classificazioni scientifiche internazionali.

L’APA (American Psychiatric Association) non ne fa menzione nelle proprie pubblicazione dal 1996 ad oggi, in ragione dell’evidente ascientificità della teoria a causa della mancanza di dati a sostegno.

Anche l’APA (American Psychological Association), pur non prendendo una posizione ufficiale, ha evidenziato la carenza di dati in letteratura e ha espresso preoccupazione per l’uso del termine.

Negli Stati Uniti, e in altri Paesi, è in corso un acceso dibattito sul tema dell’esistenza o meno della PAS, all’interno del quale è emersa l’ipotesi di definizione di un nuovo concetto, il cosiddetto “Disturbo da alienazione genitoriale” (PAD, Parental Alienation Disorder ), proposto da William Bernet (uno tra i principali propugnatori dell’inserimento della PAS nella quinta edizione del DSM), docente di psichiatria  alla facoltà di medicina della Vanderbilt University di Nashville, e da questi sintetizzato in un articolo nell’ottobre 2008 sull’American Journal of Family Therapy.

In Italia, ad ottobre 2012 è stato investito della questione il Ministero della Salute con una interpellanza parlamentare; il Prof. Adelfio Elio Cardinale, già Direttore dell’Istituto Superiore di Sanità, all’epoca Sottosegretario alla Salute, così si espresse nella risposta:

“L’Istituto superiore di sanità, interpellato perché è il più alto organo di consulenza scientifica del Ministero, ha sottolineato che i fenomeni di ritiro dell’affetto da parte del bambino nei confronti di uno dei genitori, emersi in alcuni casi di affidamenti a seguito di divorzio, possono essere gestiti dagli operatori legali e sanitari senza necessità di invocare una patologia mentale per spiegare i sentimenti negativi di un bambino verso un genitore. L’inutile e scientificamente non giustificato etichettamento come «caso psichiatrico» può rendere ancora più pesante la difficile situazione di un bambino conteso. Sebbene la PAS sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine «disturbo», in linea con la comunità scientifica internazionale, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”.

A questa dichiarazione hanno fatto seguito, rispettivamente, le dichiarazioni del Presidente della FNOMCEO, del Presidente della Società Italiana di Psichiatria e del Presidente della Società Italiana di Pediatria, e, più recentemente, il parere dell’Ordine degli psicologi della Regione Lazio, tutti di segno negativo.

La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), nelle sue Linee guida in tema di abuso sui minori, pubblicate nel 2007, ha incluso la PAS tra le possibili forme di abuso psicologico, laddove, invece, l’ex presidente della Società Italiana di Psichiatria, citato in un articolo del Corriere del Veneto, definisce la PAS «priva di presupposti clinici, di validità e di affidabilità».

Ma chi ha coniato il termine PAS (Parental Alienation Syndrome) e ne ha decretato i sintomi che la caratterizzerebbero?

Richard Gardner era uno psichiatra forense, libero professionista, che si occupava esclusivamente di cause di affidamento di minori nel corso di separazioni conflittuali. Alla sua morte il New York Times pubblicò il necrologio dando notizia del decesso del Prof. Richard A. Gardner della Columbia University; alcuni giorni dopo il giornale dovette pubblicare una rettifica, precisando che il Dr Richard A. Gardner aveva dichiarato falsamente (il verbo inglese è misstated) la sua posizione alla Columbia University, poiché non era Professore di Psichiatria Infantile, ma solo un volontario non retribuito.

Con i proventi del suo lavoro di psichiatra forense aveva messo su una propria casa editrice, la Creative Therapeutics che pubblicò tutti i suoi libri, e solo quelli. In più lavori Gardner esprime opinioni favorevoli alla pedofilia od ai rapporti sessuali tra il padre e il bambino o la bambina; non è il caso di riportare tali affermazioni in questa sede, visto che sono facilmente reperibili in rete.”

Che cosa afferma Gradner? “La “sindrome” in questione consisterebbe in questo: se un minore, nel corso delle vicende di una separazione conflittuale, rifiuta di incontrare, parlare, andare a trovare, uno dei due genitori è perché, sostiene Gardner, il minore è stato manipolato da un genitore (da lui chiamato alienante) contro l’altro genitore (da lui chiamato alienato). Per Gardner tra il genitore alienante ed il bambino si crea una collusione di natura psicotica, una folies à deux, sostanzialmente; precedenti terapeuti che sono intervenuti nella situazione conflittuale senza porre questa diagnosi sono anch’essi collusi con il sistema delirante condiviso, venendosi a realizzare una folies à trois. Solo, sostiene Gardner, gli “specialisti della PAS” sono in grado di riconoscere questa collusione; ovviamente gli specialisti verranno formati dalle sue scuole secondo le sue idee”. (Dott. Andrea Fazio).

La questione della dimostrazione scientifica della presunta sindrome PAS è spesso fonte di fraintendimenti, se non di vere e proprie comunicazioni errate.

Ad esempio, rimbalza fra i siti web della rete una ricerca che è stata decisamente fraintesa sulla presunta correlazione fra le false denunce di abuso sessuale e la PAS.

Secondo i sostenitori della PAS, infatti, una ricerca di Camerini, Berto, Rossi e Zanoli del 2010[1] sarebbe la dimostrazione dell’esistenza della sindrome. Il problema è che non si tratta di una ricerca longitudinale sui possibili effetti del conflitto genitoriale sui minori. La ricerca, in realtà, si riferisce a 70 perizie relative a quesiti sulla possibilità che alcuni minori fossero stati vittime di abusi sessuali.

La correlazione viene fatta non con una metodologia univoca su tutti i bambini, magari valutati dopo tot mesi o anni dalle vicende giudiziarie, con strumenti e test riconosciuti dalla comunità scientifica, ma semplicemente sulle “osservazioni” dei 70 periti, tutti diversi, che effettuarono le perizie.

Si cambia quindi il metodo valutativo, il perito, non si conoscono quali strumenti sono stati utilizzati per le perizie, etc.

Sulla base di queste premesse, già decisamente deboli dal punto di vista della validità scientifica, la ricerca non dimostra comunque che la PAS esista, ma che i minori sottoposti ad un iter peritale in un ambito giuridico a seguito di denunce di abuso, sono sottoposti a “stress”, anche nel caso in cui l’abuso non si sia realmente (stando alla prosecuzione del processo) verificato.

A parte il fatto che non serviva una ricerca apposita per approdare a tale ovvietà, non si comprende come questa ricerca possa costituire la dimostrazione dell’esistenza della PAS.

Occorre sempre verificare le tesi di chi cerca di dimostrare, contro ogni evidenza, l’esistenza di una patologia che, come detto, non è stata nemmeno compresa nel nuovo DSM 5, nonostante l’opinione comune di molti professionisti che intravedono nel nuovo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali una spiccata tendenza alla patologizzazione.

Aggiungiamo ora un altro tassello: il conflitto di lealtà. Come definirlo?

Se consideriamo il nucleo familiare come una struttura relazionale fondata sul legame triangolare madre-padre-figlio, il conflitto di lealtà può essere definito come la conseguente posizione scomoda che i figli sentono di doversi assumere, alleandosi con uno dei due genitori nel momento in cui l’equilibrio di tale legame viene meno. Quest’alleanza può effettivamente essere alimentata da uno dei due genitori, il quale, perpetrando un continuo e incessante lavoro di denigrazione dell’altro genitore, può portare il figlio/la figlia a crearsi un’idea dell’altro genitore negativa e distorta. È evidente come questa situazione sia complessa e rientri in una dinamica in cui i vari attori agiscono una propria parte e in cui è necessario dimostrare non solo che uno dei due genitori sia stato in grado di compiere questa manipolazione, ma anche essere certi dell’assenza di comportamenti violenti, abusanti o disfunzionali da parte dell’altro genitore.

È importante, a questo proposito, avere una buona conoscenza delle dinamiche più frequenti riscontrabili nelle situazioni di separazione, per non incappare in interpretazioni maldestre e pericolose, che possono condurre a diagnosi di sindromi inesistenti. È inoltre doveroso sottolineare come da numerosi studi emerga che le difficoltà psicologiche riscontrabili nei figli e nelle figlie compaiono soprattutto quando le relazioni della coppia genitoriale sono molto conflittuali e disturbate, al di là del fatto che i genitori siano separati o meno.

Proviamo a addentrarci nel tema, descrivendo come la letteratura clinica, in particolare la teoria freudiana e la sua rivisitazione da parte di Erickson sulle diverse tappe evolutive dal punto di vista affettivo e relazionale, ci possa mostrare le più prevedibili reazioni dei figli e delle figlie in seguito ad una separazione:

  • fino ai 5 anni il bambino attraversa un tortuoso cammino di riconoscimento di autonomia del proprio Sé rispetto a quello altrui. In particolare il proprio Sé è assimilato a quello delle principali figure di riferimento che, in genere, sono rappresentate dai propri genitori. E’ inevitabile che, in questa delicata fase, risentano fortemente dell’ansia da separazione. L’allontanamento di una delle figure di accudimento ha quindi un’incidenza significativa sul loro stato emotivo con possibile insorgenza di malumore, rabbia, irritabilità, sensi di colpa e/o bisogno di vicinanza dell’adulto, reazioni che, se non adeguatamente “controllate” dai genitori, possono indirizzarli verso la scelta di uno dei due. È probabile che il bambino crei un attaccamento più forte con il genitore che frequenta di più, sentendolo e riconoscendolo come “porto sicuro” (cfr J. Bowlby);
  • dai 6 agli 8 anni (pubertà) i bambini prendono a interagire socialmente al di fuori del nucleo famigliare con i pari e con gli insegnanti. Possono perciò percepire con maggiore intensità l’assenza del genitore non collocatario, poiché tendono a confrontarsi con i coetanei e a sentire l’assenza di una figura di riferimento. Tuttavia, pur provando un crescente senso di lealtà nei confronti di quest’ultimo, rimangono incerti sull’opportunità di schierarsi, spesso manifestando il loro disagio attraverso un’accresciuta aggressività nei confronti del genitore presso cui sono collocati;
  • dai 9 ai 12 anni  (pre-adolescenza) i fanciulli tendono a essere estremamente leali. Questa propensione può spingerli, talvolta, a schierarsi con uno dei genitori, talaltra a esprimere la volontà (mediata dal confronto con gli amici, figure di riferimento sempre più importanti per la loro maturazione sociale) di trascorrere la stessa quantità di tempo con entrambi;
  • dai 13 ai 18 anni tendono invece ad attribuire la responsabilità della separazione a uno solo dei genitori, esprimendo la loro rabbia attraverso continui litigi con quello collocatario. Questa dinamica può essere spiegata dal bisogno evolutivo di costruire la propria attività attraverso il movimento d’identificazione-differenziazione che si esprime più frequentemente con il genitore con cui s’interagisce maggiormente. Non è inoltre così infrequente che per sottrarsi al conflitto di lealtà i figli rinuncino alla relazione con entrambi, chiudendosi in se stessi e/o ritagliandosi momenti di distacco da mamma e papà (per esempio rifugiandosi nella propria stanza oppure trascorrendo molto tempo fuori casa con gli amici), dinamica che avviene anche nelle situazioni in cui non è avvenuta una separazione.

Possiamo a questo punto concludere affermando che le separazioni portano a dinamiche inevitabilmente complesse, frutto dell’intersecarsi di variabili sempre diverse tra loro, che è necessario conoscere nel dettaglio e analizzare nel loro intreccio oltre che nel loro influenzarsi reciprocamente.

Crediamo sia importante, inoltre, ribadire l’inutilità, nonché pericolosità, di sistematizzare certi tipi di comportamenti all’interno di una nuova presunta sindrome, in quanto eventuali comportamenti, da parte di un genitore che fossero volti a screditare l’altro, rientrano in ogni caso nelle categorie di negligenza e maltrattamento, punibili poiché lesive del diritto del minore di poter crescere in un ambiente sano e stimolante. Codice civile e penale determinano doveri e potenziali condanne in caso di maltrattamento e la Convezione Internazionale sui Diritti del Fanciullo di New York, del 1989, definisce chiaramente i diritti del bambino.

Esistono, inoltre, diverse linee guida sulla valutazione di eventuali abusi, negligenze e maltrattamenti che sarebbe sufficiente conoscere per poter applicare una corretta diagnosi e progetto d’intervento, laddove necessario.

Ridurre alcuni comportamenti, per quanto significativi e destabilizzanti, a etichette o diagnosi di malattie che nulla hanno a che vedere con la complessità delle differenti e articolate situazioni e dei diversi contesti in cui si collocano, significa togliere valore al complesso lavoro delle mediazioni familiari, delle consulenze tecniche d’ufficio e di parte e, in generale, a tutto il lavoro clinico dei professionisti che si adoperano per ripristinare, quando è possibile, un nuovo e più funzionale equilibrio.

Dott.ssa Simona Adelaide Martini – Psicologa – Psicoterapeuta

Dott.ssa Anna Patrizia Guarino – Psicologa forense – Psicodiagnosta

Dott. Piero Angelo Sanna – Psicologo clinico

Dott.ssa Monica Tratzi – Psicologa – Psicoterapeuta

Dott.ssa Sara Alaimo – Psicologa – Psicoterapeuta

Dott. Cristian Stradiotto – Psicologo- Psicoterapeuta

SITI UTILI:

American Psychological Association:

https://drcraigchildressblog.com/2016/03/19/apa-position-statement-on-parental-alienation/

http://www.apa.org/search.aspx?query=Parental%20alienation%20syndrome

American Psychiatric Association:

http://www.dsm5.org/Pages/Default.aspx

http://m.washingtontimes.com/news/2012/sep/21/psychiatric-group-parental-alienation-no-disorder/ 

Sentenza della Cassazione civile, sezione prima, 7041/13

www.diritto24.ilsole24ore.com/_Allegati/Free/Cassazione_7041.pdf

Dott. Andrea Mazzeo:

http://www.osservatoriopsicologia.com/2011/01/29/la-sindrome-di-alienazione-genitoriale-pas/

Dottor Andrea Mazzeo

http://www.glipsicologi.info/wordpress/la-presunta-sindrome-di-alienazione-parentale.html

 

BIBLIOGRAFIA

Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Cortina editore

Erickson, E. (1950). Infanzia e società. Armando editore

Freud, S. (1905) Tre saggi sulla teoria sessuale. Bollati Boringhieri

Freud, S. (1938) Compendio di psicoanalisi. Bollati Boringhieri

Gardner, R.A. (1998). The Parental Alienation Syndrome, Second Edition. Cresskill, NJ: Creative Therapeutics, Inc.

OMS (1995), ICD-10, Criteri diagnostici per la ricerca, Masson, Milano.

[1] Psychopathological disorders and stress factors in child sexual abuse trial procedures, G.B. Camerini, D. Berto, L. Rossi, M. Zanoli in Psichiatriza dell’infanzia e dell’adolescenza (2010), vol. 77: 127-137

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